Il gusto della letteratura, libro da palati fini

‘Il gusto della letteratura’, un libro per palati fini

di Vincenzo Genovese

Da Manzoni al Novecento, Dora Marchese racconta l’approccio al cibo degli scrittori italiani, tra curiosità e battaglie culinarie

Dalla madeleine di Marcel Proust al cioccolato di Laura Esquivel, il cibo ha spesso avuto ruoli cruciali nei romanzi letterari: le esperienze culinarie sono parte consistente della vita dell’uomo e assumono spesso valori simbolici che la letteratura mette in risalto. Anche gli scrittori italiani hanno utilizzato abbondantemente la cultura gastronomica per insaporire i loro libri, come ha sottolineato Dora Marchese nel libro Il gusto della letteratura. Edito da Carrocci e accompagnato dalla prefazione della scrittrice Simonetta Agnello Hornby, il volume è un viaggio tra XIX e XX secolo che esplora la dimensione gastronomico-alimentare degli scrittori del nostro Paese.

Caffè, taverne e osterie

Si parte dai caffè e dalle osterie, luoghi d’incontro dove i piaceri della tavola facevano da contorno alle idee politiche e sociali in ebollizione: se a Torino Cavour aveva ribattezzato l’osteria del Cambio “il secondo Parlamento italiano”, i caffè di Padova, Roma e Napoli nutrirono (letteralmente e metaforicamente) il fermento intellettuale dell’Ottocento. Le taverne, del resto, fanno da sfondo a memorabili scene de I promessi sposi di Alessandro Manzoni: in una taverna di Milano Renzo si ubriaca e rischia seriamente l’arresto, in un’altra, qualche pagina più avanti, dona le ultime monete che possiede a una famiglia ridotta sul lastrico.

Dai Viceré a Garibaldi

Le vicissitudini della storia italiana si riflettono inevitabilmente a tavola: ne I Viceré di Federico De Roberto e nel Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa si staglia la figura del “monzù”, uno chef ante-litteram il cui nome derivava dal francese “monsieur” e che godeva di grande prestigio presso le case dei nobili dove lavorava. Retaggio della dominazione borbonica francese nel Sud Italia, i monzù erano ben pagati e tenuti in gran considerazione fra Napoli e la Sicilia, tanto che anche i nobili davano loro del “voi”. La spedizione dei Mille, invece, contribuì all’unità d’Italia non solo dal punto di vista politico, ma anche gastronomico: i garibaldini “partono da Quarto convinti mangiatori di risotti e tornano convertiti ai maccheroni” riporta Dora Marchese.

Sorgente: Il gusto della letteratura, libro da palati fini | La Cucina Italiana

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Un Commento:

  1. Non dimentichiamo Camilleri che ha fatto conoscere la cucina siciliana ai pochi che ancora non ne erano stati conquistati…!

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