Libertà, uguaglianza, anarchia, così i Pirati sono sopravvissuti alla storia

Libertà, uguaglianza, anarchia, così i Pirati sono sopravvissuti alla storia

L’epoca d’oro dei Pirati è durata solo un paio di decenni e ha coinvolto poche centinaia di uomini, eppure è diventata una leggenda che continua ad affascinarci. «Il segreto è che toccano corde archetipiche per tutti noi», spiega l’antropologo libertario Gabriel Kuhn

di Andrea Coccia

Il 17 maggio del 1724, a Londra, fu dato alle stampe un’opera in due volumi dal titolo decisamente intrigante: A General History of the Robberies and Murders of the most notorious Pyrates. Andò bene, almeno a giudicare dal fatto che se ne stamparono diverse edizioni quello stesso anno.

Oltre al titolo, al sommario e alle indicazioni dell’editore — il signor Charles Rivington — sul ricco frontespizio dell’opera compare, in qualità di autore, un misterioso “Capitano Charles Johnson”. Si trattava chiaramente di uno pseudonimo. Qualcuno azzardò il nome ingombrante di Daniel DeFoe, che proprio quell’anno aveva dato alle stampe il suo ultimo libro, Roxana.

Altri sostennero che fosse lo stesso editore, il signor Rivington. In realtà poco importa, perché quel libro, pubblicato nella primavera del 1724, ovvero negli ultimi anni di quella che oggi chiamiamo l’epoca d’oro della pirateria, rappresenta molto probabilmente la pietra angolare della leggenda dei pirati che, sopravvissuta da una generazione di adolescenti all’altra, ha ispirato rivoluzionari di ogni sorta ed è arrivata fino a noi.

Sporchi, violenti, barbuti, dediti all’alcolismo, alle risse e alla frequentazione dei bordelli fumosi nei porti dei Caraibi. L’immagine del pirata si è cristallizzata nel nostro immaginario a forma di sgherro, di avventuriero senza scrupoli e senza morale. Un po’ il Long John Silver di Stevenson, un po’ il Capitano Hook di Peter Pan, un po’ il Barbanera o il Pirata Roberts e un po’ — ammettiamolo — anche il Capitano Sparrow, divertente, maldestro e spaccone, con la faccia da Johnny Depp.

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