Non book artigianale: il caso di Book-à-porter

Non book artigianale: il caso di Book-à-porter

Il non book, parte integrante dell’offerta libraria, si sta sviluppando per venire incontro anche a realtà medio-piccole. Ne parliamo partendo dall’esempio di Book-à-porter.

di Camilla Pelizzoli

Il non book è ormai parte integrante di molte librerie, tanto di catena quanto indipendenti. Che si tratti di oggetti di cartoleria, di uno spazio bar, di corsi ed eventi o di oggettistica varia, fa parte dell’assortimento che molte delle librerie che meglio hanno resistito durante questi anni di crisi hanno saputo sfruttare e «piegare» alle proprie caratteristiche.
E gli stessi produttori di oggetti adatti alla vendita come non book in libreria, in particolare per quanto riguarda le realtà più piccole, hanno saputo crearsi un proprio spazio che non solo comprende la libreria, ma talvolta la supera, andando a intercettare i propri clienti anche da sé. Un esempio di questo approccio è, senz’altro, Book-à-porter.

L’idea alla base di questa piccola impresa artigiana parte da un’esperienza che tutti i lettori, prima o poi, hanno vissuto: si mette il libro nello zaino o in borsa, si esce di casa ed ecco che, una volta tirato di nuovo fuori il libro, c’è una piega, un graffio, magari uno strappo, che si sia posta o meno attenzione quando lo si è portato con sé. Una situazione che, per chi desidera conservare i propri libri nella miglior condizione possibile, è quanto meno spiacevole.

Marina Buttazzoni, dunque, fondatrice di Book-à-porter, partendo da un’idea e da qualche scampolo di tessuto ha cominciato a realizzare confezioni per libri di tutte le taglie, che non siano solo oggetti utili ma anche belli da portare in giro con sé.

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